Colpito da una pallottola mentre fotografava i “ribelli” in fuga
La fotografia era passione totaliz
zante per Fabio Polenghi, dovunque
ci fosse un evento da documentare, soprattutto nei luoghi caldi delle guerre, lui c'era. Aveva lavorato per importanti agenzie e testate, prime fra tutte Grazia Neri.
fotografia di Ornella Erminio
BANGKOK
Ieri non sarebbe dovuto andare nell'accampamento delle «camicie rosse». Invece Fabio Polenghi è stato ucciso da un proiettile al petto proprio mentre stava fotografando i manifestanti in fuga all'inizio del blitz dell'esercito contro l'ex cittadella rossa, liberata dopo nove ore.
Fabio indossava il casco ed un giubbetto di quelli che usano i giornalisti, con diverse tasche, ma non antiproiettile
. È stato subito soccorso da altri dimostranti e trasportato in moto verso l'ospedale, ma era probabilmente già morto.
È questa la ricostruzione degli ultimi istanti del fotografo milanese, 45 anni, che si trovava nel Sudest asiatico da tre mesi, nei quali era uscito alcune volte dalla Thailandia per dei lavori da realizzare per alcune riviste europee.
La vicenda thailandese lo interessava molto, secondo una conoscente che era stata tra le prime persone a spiegargli i contrasti tra le
«camicie rosse» e il governo, subito dopo il suo arrivo.
IL DRAMMA
Polenghi è morto intorno alle 9 di ieri mattina, vicino all'intersezione Sarasin all'interno dell'accampamento dei «rossi», subito dopo che i militari erano entrati dalle barricate a sud del bivacco, sfondate con l'aiuto di alcuni mezzi blindati.
«La sparatoria è iniziata e lui si è messo in posizione per fotografare i dimostranti in fuga, mentre altri tra noi hanno cercato immediatamente una copertura», racconta Masaru Goto, un fotografo giapponese che era sul posto.
«Non sono in grado di dire da chi sia partito il proiettile che l'ha colpito, ma sicuramente i militari stavano sparando dal parco Lumphini, punto da cui erano avanzati».
Nella stessa sparatoria è rimasto ferito anche un collega olandese, uno dei tre reporter feriti, gli altri due sono un canadese e un
americano .
SOCCORSI INUTILI
Polenghi è stato subito soccorso dai manifestanti, che l'hanno caricato di peso su una motocicletta e portato al Police Hospital, un chilometro più a nord, in una corsa rivelatasi inutile.
«Credo fosse già morto
- spiega Mast Irham, un fotoreporter indonesiano che quando l'italiano è stato colpito si stava proteggendo a una ventina di metr
-. Non dava segni di vita, anche se la maglietta nera che indossava non consentiva di vedere dove era stato ferito».
Polenghi era un reporter solitario, un giramondo, un eterno ragazzo capace di stare mesi fuori dall'Italia e poi di tornarvi magari solo per un documento o per stare un po' con la madre, con cui
viveva quanto faceva tappa a Milano la sua città.
Una sorta di Bruce Chatwin, ma con la macchina fotografica in mano, incapace di fermarsi e sempre alla ricerca di un nuovo Paese, di un'altra realtà da conoscere.
Ma allo stesso tempo una persona impegnata nel sociale, simpatico e benvoluto da tutti, come testimoniato da chi lo conosceva.
IL DOLORE DEI FAMILIARI
Il padre e la madre, affranti, hanno chiesto alla sorella Isabella (l'altra sorella è, da quanto si è appreso, in Honduras), anche lei fotografa, di fare da portavoce con i giornalisti.
Con grande cortesia e forza d'animo la donna ha raccontato il Fabio un po' più personale:
«Faccio un lavoro come il vostro, so cosa vuol dire, ma esserci dentro è un'altra cosa.
La fotografia era la sua passione e il suo amore.
Mio fratello stava facendo il suo lavoro e basta.
Mio fratello
- ha aggiunto Isa, visibilmente sotto choc
- viveva per la sua professione, era un appassionato di cronaca internazionale.
Aveva iniziato a fotografare a 20 anni».